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  1. #17911
    Uragano
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    Predefinito Re: Dura salita o "discesa" verso il default?

    Consiglio a tutti il libro "L'enigma della crescita", che io ho letto l'inverno scorso.E' di Luca Ricolfi.

    Un piccolo estratto della prefazione:
    "L'enigma della crescita" : "Ma che cos'è la crescita? Per le scienze sociali è l'aumento del reddito pro capite, cioè del reddito medio dei cittadini di un Paese. Da che cosa dipende la crescita? Qui economisti e sociologi hanno proposto non solo decine, ma centinaia di equazioni e continuano a litigare fra loro almeno da un secolo. Anche Ricolfi propone la sua equazione, che non ha l'ambizione di spiegare la crescita in tutti i Paesi del mondo, ma solo nei 34 Stati dell'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) - da non confondere con l'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), che invece si occupa di diritti umani -, i quali costituiscono il club delle economie avanzate di modello occidentale (Cina, Russia, Brasile e India non ne fanno parte, Corea del Sud e Giappone sì). Per di più Ricolfi deriva la sua equazione dagli anni '50 fino al 2007, perché in seguito la crisi economica internazionale ha introdotto parecchie variabili impazzite.

    Le equazioni della crescita prendono in esame molti fattori, ma Ricolfi scarta quelli spesso usati - come il tasso di corruzione o il numero dei brevetti - che secondo i suoi calcoli fanno aumentare o diminuire la crescita annualmente di meno di un decimo di punto. Restano cinque fattori: tre positivi - il capitale umano, dato dalla demografia e dall'istruzione, gli investimenti esteri diretti e le buone istituzioni (governi, giustizia, regole dell'economia) - e due negativi, la pressione fiscale e il reddito pro capite di partenza, cioè il benessere. Un calcolo molto raffinato indica quanto pesa ciascuno di questi fattori all'interno dell'equazione.

    Dal calcolo di Ricolfi emerge che il «super-fattore» che pesa per il sessanta per cento sulla crescita è dato dal reddito da cui si parte, cioè dal benessere. In generale, si tratta di un dato noto: chi parte da un reddito più basso cresce più rapidamente, e questo spiega le cavalcate di Paesi non OCSE come Brasile, Cina e India. Ma l'equazione di Ricolfi ci dice molto di più. Implica che il benessere sia un processo che si autolimita. Perché alla lunga il benessere produce «una cultura dei diritti che supera quella dei doveri», un calo della volontà di intraprendere e di rischiare, una prevalenza dell'intrattenimento sul lavoro. Chi sta bene a un certo punto si impigrisce, consuma troppo, fa debiti e lavora troppo poco. Vale anche per i giovani del benessere, che si lamentano della disoccupazione ma spesso possono permettersi di studiare male, farsi mantenere dai genitori fino a trent'anni e rifiutare i lavori meno graditi. O almeno le cose andavano così fino a qualche anno fa. La crisi ha accelerato il declino, ma le premesse c'erano già prima.

    Gli altri fattori non sono naturalmente irrilevanti. Le differenze notevolissime fra i 34 Paesi OCSE - da quello che cresce di più, l'Estonia, a quello che cresce di meno, l'Italia - a parità di benessere si spiegano con gli altri fattori: la demografia, l'educazione, l'efficienza delle istituzioni - che attira o allontana gli investimenti esteri (in Italia spaventati soprattutto dall'inefficienza e lentezza della giustizia civile), le tasse. Lo dimostra la Germania, fino a quindici anni fa considerato il malato d'Europa e che oggi corre dopo energiche riforme strutturali e fiscali.

    Ma l'elemento psicologico cruciale resta il benessere. Che, aggiungo io, non è solo psicologico: è morale. È una sorta di anestesia, che induce a non intraprendere, a non rischiare, a parlare sempre di diritti e mai di doveri. Ricolfi ne studia i danni economici, ma la dottrina sociale della Chiesa ci ammonisce quanto alla dimensione morale. Benedetto XVI e Papa Francesco ce lo ricordano entrambi: se non vogliamo immettere più etica nei nostri comportamenti economici in nome dell'etica, facciamolo invece in nome dell'efficienza dell'economia. Un'economia con più etica funziona meglio. Nei termini di Ricolfi, la smania di avere sempre più benessere fa diminuire il benessere. Una vita più sobria e operosa, meno preoccupata del benessere a tutti i costi - quella su cui appunto dovremmo riflettere in Quaresima -, invece paradossalmente farebbe aumentare il benessere.

    Ricolfi si chiede anche se sia scontato che si debba crescere sempre. Non ha nessuna simpatia per le teorie della decrescita felice di Serge Latouche che piacciono a Grillo. Osserva però che l'idea della crescita illimitata è un'invenzione relativamente recente e che non è irragionevole immaginare che esista un tetto, che neppure le innovazioni tecnologiche potranno modificare, oltre il quale non si cresce più e ci si deve accontentare di mantenere il benessere raggiunto. E anche questa è sobrietà.

    Ma questo non significa affatto disinteressarsi della crescita. Perché, se la teoria del tetto della crescita fosse vera, dove si situa il tetto per ogni Paese dipenderà dalle sue strutture e dai suoi fondamentali: non sarà uguale per tutti. E soprattutto perché oggi, con la crisi, ci sono Paesi come l'Italia per cui la crescita è obbligatoria. Se non crescono non possono pagare i loro debiti e finiscono per fallire, con conseguenze sociali drammatiche.

    Come crescere? Ricolfi osserva che i Paesi dell'euro hanno più difficoltà perché non hanno una banca centrale pienamente responsabile: ma pensa che ormai sia tardi per uscire dall'euro. Il sociologo ritiene che se ci si può permettere di aspettare si possono concentrare gli interventi sulla demografia, le infrastrutture, la scuola, il sistema giudiziario, le regole. Sono interventi indispensabili. Ma, se si interviene bene oggi, i vantaggi matureranno tra una ventina di anni. Non è una ragione per non intervenire. Ma per chi ha il drammatico problema di crescere subito per pagare i debiti, come l'Italia, c'è un'unica ricetta che dà risultati nel breve periodo: diminuire la pressione fiscale".

    P.s. Sulla crescita,cose simili le ho sentite dire a FunMBel,se ben ricordo.
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  2. #17912
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    Predefinito Re: Dura salita o "discesa" verso il default?

    Citazione Originariamente Scritto da Josh Visualizza Messaggio
    E sentiamo perché.
    Edit ps: Sei però pregato di postarmi,se e quando mi citi.Ti pare?
    Ok. Scusa.

    Innocenzo Cipolletta è stato a lungo in Confindustria (financo Direttore generale / vicepresidente se non erro), in quell' Ente cioè (chiamiamolo così ), che rappresenta la crème della grande imprenditoria italiana, ovvero quei signori che hanno fatto della svalutazione della lira e del binomio socializzazione perdite - privatizzazione profitti il modus operandi della categoria (con buona pace della quota investimenti per R&D).
    " Intra Tupino e l'acqua che discende del colle eletto dal beato Ubaldo,
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  3. #17913
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    Predefinito Re: Dura salita o "discesa" verso il default?

    Citazione Originariamente Scritto da and1966 Visualizza Messaggio
    Ok. Scusa.

    Innocenzo Cipolletta è stato a lungo in Confindustria (financo Direttore generale / vicepresidente se non erro), in quell' Ente cioè (chiamiamolo così ), che rappresenta la crème della grande imprenditoria italiana, ovvero quei signori che hanno fatto della svalutazione della lira e del binomio socializzazione perdite - privatizzazione profitti il modus operandi della categoria (con buona pace della quota investimenti per R&D).
    Non generalizziamo:Cipolletta è stato sempre contrario alle svalutazioni competitive(amate dalle piccole imprese,che in Confindustria non entrano)ed è ipercritico sulle privatizzazioni anni 90'.

    Cipolletta, "L'Italia negli anni Duemila: poca crescita, molta ristrutturazione" (16/06/2012) - FIRSTonline
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  4. #17914
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    Predefinito Re: Dura salita o "discesa" verso il default?

    Citazione Originariamente Scritto da Josh Visualizza Messaggio
    Non generalizziamo:Cipolletta è stato sempre contrario alle svalutazioni competitive(amate dalle piccole imprese,che in Confindustria non entrano)ed è ipercritico sulle privatizzazioni anni 90'.

    Cipolletta, "L'Italia negli anni Duemila: poca crescita, molta ristrutturazione" (16/06/2012) - FIRSTonline
    Sul neretto mi sa che ti sbagli, e di grosso.

    Dire che la svalutazione é stata amata solo dalle piccole imprese, con la Fiat che ha galleggiato nel mercato europeo per anni solo grazie a questo escamotage (e non solo la fiat, fra le grandi imprese, invero), significa:

    1) o non conoscere l' impresa italiana in rapporto al mercato internazionale di quegli anni.

    2) o parteggiare per la grande impresa a prescindere, e peraltro mi sembra di scorgere in questa tua una sorta di assoluzione plenaria nei confronti della medesima.


    E che poi mi si venga ad alzare il ditino nei confronti della PMI italiana che, piaccia o non piaccia, é quella che ha tenuto in piedi l' Italia , beh, questo é il colmo. Quanto a Confindustria e sue aggregate, ormai lì intenzione è chiara: battuto il naso con la delocalizzazione selvaggia, che alla fine si sta rivelando per i nostri grandi (im)prenditori un boomerang (questa va gestita con un sistema qualità VERO e non fittizio, altrimenti la già non eccellentissima loro qualità si abbassa ulteriormente), il prossimo passo é la conservazione delle factor sul ns suolo, con pero' la chiara impressione di voler comprimere, nemmeno troppo marginalmente, i salari:

    a) o con un dumping selvaggio sul personale.
    b) o mediante l' assunzione di manodopera straniera a costi ovviamente stracciati.
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  5. #17915
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    Predefinito Re: Dura salita o "discesa" verso il default?

    Citazione Originariamente Scritto da and1966 Visualizza Messaggio
    Sul neretto mi sa che ti sbagli, e di grosso.

    Dire che la svalutazione é stata amata solo dalle piccole imprese, con la Fiat che ha galleggiato nel mercato europeo per anni solo grazie a questo escamotage (e non solo la fiat, fra le grandi imprese, invero), significa:

    1) o non conoscere l' impresa italiana in rapporto al mercato internazionale di quegli anni.

    2) o parteggiare per la grande impresa a prescindere, e peraltro mi sembra di scorgere in questa tua una sorta di assoluzione plenaria nei confronti della medesima.


    E che poi mi si venga ad alzare il ditino nei confronti della PMI italiana che, piaccia o non piaccia, é quella che ha tenuto in piedi l' Italia , beh, questo é il colmo. Quanto a Confindustria e sue aggregate, ormai lì intenzione è chiara: battuto il naso con la delocalizzazione selvaggia, che alla fine si sta rivelando per i nostri grandi (im)prenditori un boomerang (questa va gestita con un sistema qualità VERO e non fittizio, altrimenti la già non eccellentissima loro qualità si abbassa ulteriormente), il prossimo passo é la conservazione delle factor sul ns suolo, con pero' la chiara impressione di voler comprimere, nemmeno troppo marginalmente, i salari:

    a) o con un dumping selvaggio sul personale.
    b) o mediante l' assunzione di manodopera straniera a costi ovviamente stracciati.
    Sì,parteggio per la grande impresa e ti ho spiegato perché: in un mercato mondiale liberalizzato,la passione italiana per il nanismo imprenditoriale è una iattura.Le piccole imprese non hanno i soldi per fare ricerca ed innovazione e la produttività rimane al palo.Delle due l'una: o speriamo che il mondo ritorni indietro di almeno 5 lustri o ci rassegniamo a non ostacolare la grande impresa.
    Nel merito,Cipolletta è stato sempre critico verso l'italian way anni 70'/80',basata sulle svalutazioni competitive e la moneta sovrana=amaca su cui poggiarsi per non adeguarsi ai tempi.
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  6. #17916
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    Predefinito Re: Dura salita o "discesa" verso il default?

    Citazione Originariamente Scritto da Josh Visualizza Messaggio
    Sì,parteggio per la grande impresa e ti ho spiegato perché: in un mercato mondiale liberalizzato,la passione italiana per il nanismo imprenditoriale è una iattura.Le piccole imprese non hanno i soldi per fare ricerca ed innovazione e la produttività rimane al palo.Delle due l'una: o speriamo che il mondo ritorni indietro di almeno 5 lustri o ci rassegniamo a non ostacolare la grande impresa.
    Nel merito,Cipolletta è stato sempre critico verso l'italian way anni 70'/80',basata sulle svalutazioni competitive e la moneta sovrana=amaca su cui poggiarsi per non adeguarsi ai tempi.

    ...e secondo te quanto ha investito la Grande impresa italiana in R&D?? Lo capisci o no che "la grande impresa" italiana si porta dietro tutti i difeti della piccola ed in più la buro(nto)crazia tutta ex IRI delle grandi imprese ???

    Non siamo né Germania, né UK, né Francia, né tantomeno USA. Siamo Italia ..... le tue idee andrebbero bene in un contesto sano, e se tu pensi che il contesto globalizzato trascini "obtorto collo" le grandi imprese italiane ad adeguarsi al sistema internazionale, ti sbagli di grosso. Lo avremmo già dovuto vedere in questi anni senza lira. Eppure, ad ormai oltre 10 anni da quell' abbandono, i problemi sono ancora tutti lì. sarà che non siamo proprio 2tagliati" per fare impresa con una sana competitività ?
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  7. #17917
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    Predefinito Re: Dura salita o "discesa" verso il default?

    Citazione Originariamente Scritto da and1966 Visualizza Messaggio
    ...e secondo te quanto ha investito la Grande impresa italiana in R&D?? Lo capisci o no che "la grande impresa" italiana si porta dietro tutti i difeti della piccola ed in più la buro(nto)crazia tutta ex IRI delle grandi imprese ???

    Non siamo né Germania, né UK, né Francia, né tantomeno USA. Siamo Italia ..... le tue idee andrebbero bene in un contesto sano, e se tu pensi che il contesto globalizzato trascini "obtorto collo" le grandi imprese italiane ad adeguarsi al sistema internazionale, ti sbagli di grosso. Lo avremmo già dovuto vedere in questi anni senza lira. Eppure, ad ormai oltre 10 anni da quell' abbandono, i problemi sono ancora tutti lì. sarà che non siamo proprio 2tagliati" per fare impresa con una sana competitività ?
    Ovviamente anche gli imprenditori di taglia (relativamente) grande non sono esenti da colpe..Ma non ho capito per te cosa dovremmo fare,per assecondare le nostre congenite caratteristiche.Al di là di qualche frequente accenno di critica al "turboliberismo" di noialtri (ma,come dice Seminerio,dare addosso al "liberismo", termine che esiste solo in Italia, è diventato lo sport nazionale),non ho ancora capito cosa proponi tu,per rendere un sistema economico in grado di stare a galla.
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  8. #17918
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    Predefinito Re: Dura salita o "discesa" verso il default?

    E intanto,a riprova di come sia impossibile competere con Cina & C. su terreno del dumping salariale(ciò che dicevamo a dicembre):

    La Cina vuole lo status di economia di mercato: e per l'Italia son dolori - Phastidio.net

    In particolare, e ciò spiega la posizione italiana, vi sono forti timori per l’industria siderurgica, che già soffre di enorme sovracapacità produttiva a livello globale, e per il tessile e la ceramica, settori dove il nostro paese ha ancora una presenza ed una vulnerabilità rilevanti. Le imprese europee della ceramica prevedono la perdita di 100mila posti, la metà dell’occupazione di un settore da 28 miliardi di euro, in conseguenza del via libera alla Cina. Studi commissionati dall’industria europea ipotizzano una perdita totale di occupazione compresa tra 1,7 e 3,5 milioni di posti. Per l’Italia, Ilva appare la più nota vittima sacrificale. Ma rischia di essere il simbolo di una nuova fase di sofferenza produttiva del nostro paese.
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  9. #17919
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    Predefinito Re: Dura salita o "discesa" verso il default?

    Citazione Originariamente Scritto da Josh Visualizza Messaggio
    Ovviamente anche gli imprenditori di taglia (relativamente) grande non sono esenti da colpe..Ma non ho capito per te cosa dovremmo fare,per assecondare le nostre congenite caratteristiche.Al di là di qualche frequente accenno di critica al "turboliberismo" di noialtri (ma,come dice Seminerio,dare addosso al "liberismo", termine che esiste solo in Italia, è diventato lo sport nazionale),non ho ancora capito cosa proponi tu,per rendere un sistema economico in grado di stare a galla.
    - Sburocratizzazione (con anche l' eliminazione dei posti inutili. Me ne frego delle conseguenze sociali, visto che le attuali "conseguenze sociali" sono in massima parte il frutto della creazione e mantenimento di un sistema a bella posta elefantiaco e burocratico).

    - Aiuti, qualora necessari, alle imprese SERIE (indipendentemente dalla taglia ....) che investono su R&D per fini VERI, e non mazzulamento di quelle poche realtà che funzionano, a scapito del travaso verso realtà improduttive (che invece ci marciano sugli aiuti). E' un comportamento classico, in Italia, e direi che è una filosofia di vita, se consideri che anche nei semplici rapporti interpersonali un "capo" tende a chiedere più facilmente un sacrificio / esecuzione operazione a chi sa che non dirà di no, o che comunque non pianta grane, a scapito di uno che fa sempre l' incaxxato e lo fa di controvoglia. In una società sana, quest' ultimo verrebbe messo alla porta senza sindacati rompic..... . Va da sé che dall' altra parte, pur nella fermezza necessaria nell' esercizio del comando, non va posta la questione in termini insolenti / prevaricatori ..... oh, vuol essere solo un esempio, eh!

    Ormai qui si crede che il "gigantismo", il fare semplicemente "massa critica" sia la panacea di tutti i mali, non considerando che in realtà questo modus facendi propone, almeno da noi, aggregazioni semplicemente quantitative in cui se poco poco gratti la patina superficiale, scopri in realtà un mare di guano (cit. Bassini).
    Lo vedo benissimo nel mio settore, dove le aggregazioni / acquisizioni, sono spesso state semplicemente delle somme di insiemi, con al massimo la sottrazione di doppioni (segnatamente, quelli della società acquisita o comunque in minoranza), senza alcuna cernita critica e sopratutto meritocratica: basta far parte della cordata vincente, o comunque avere il santo protettore nell' establishment., ed anche se sei un brocco salvi il cubo.
    Per contro ho visto diversi valentissimi colleghi andare mestamente a casa. E' un mondo insomma, fedele ai versi di Ungaretti ("si sta come d' autunno, sugli alberi le foglie"), dove purtroppo le foglie deboli, in ossequio al concetto tutto italiano di raccomandazione istituzionalizzata (anche nel privato!!!!) non sono sempre quelle con scarso valore aggiunto, anzi.

    Non vuol essere sempre polemica, ma effettivamente questa cosa secondo me ha molto peso, dati i nostri congeniti vizi.

    Ed essenzialmente io penso che bisogna agire sui difetti, e lavorare sul contenimento costi/sprechi, per avere una economia brillante. A mio avviso si puo', stanti realtà anche più piccole di quella italiana che pero' se la cavano in maniera molto più brillante.
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    Predefinito Re: Dura salita o "discesa" verso il default?

    Citazione Originariamente Scritto da and1966 Visualizza Messaggio
    - Sburocratizzazione (con anche l' eliminazione dei posti inutili. Me ne frego delle conseguenze sociali, visto che le attuali "conseguenze sociali" sono in massima parte il frutto della creazione e mantenimento di un sistema a bella posta elefantiaco e burocratico).

    - Aiuti, qualora necessari, alle imprese SERIE (indipendentemente dalla taglia ....) che investono su R&D per fini VERI, e non mazzulamento di quelle poche realtà che funzionano, a scapito del travaso verso realtà improduttive (che invece ci marciano sugli aiuti). E' un comportamento classico, in Italia, e direi che è una filosofia di vita, se consideri che anche nei semplici rapporti interpersonali un "capo" tende a chiedere più facilmente un sacrificio / esecuzione operazione a chi sa che non dirà di no, o che comunque non pianta grane, a scapito di uno che fa sempre l' incaxxato e lo fa di controvoglia. In una società sana, quest' ultimo verrebbe messo alla porta senza sindacati rompic..... . Va da sé che dall' altra parte, pur nella fermezza necessaria nell' esercizio del comando, non va posta la questione in termini insolenti / prevaricatori ..... oh, vuol essere solo un esempio, eh!

    Ormai qui si crede che il "gigantismo", il fare semplicemente "massa critica" sia la panacea di tutti i mali, non considerando che in realtà questo modus facendi propone, almeno da noi, aggregazioni semplicemente quantitative in cui se poco poco gratti la patina superficiale, scopri in realtà un mare di guano (cit. Bassini).
    Lo vedo benissimo nel mio settore, dove le aggregazioni / acquisizioni, sono spesso state semplicemente delle somme di insiemi, con al massimo la sottrazione di doppioni (segnatamente, quelli della società acquisita o comunque in minoranza), senza alcuna cernita critica e sopratutto meritocratica: basta far parte della cordata vincente, o comunque avere il santo protettore nell' establishment., ed anche se sei un brocco salvi il cubo.
    Per contro ho visto diversi valentissimi colleghi andare mestamente a casa. E' un mondo insomma, fedele ai versi di Ungaretti ("si sta come d' autunno, sugli alberi le foglie"), dove purtroppo le foglie deboli, in ossequio al concetto tutto italiano di raccomandazione istituzionalizzata (anche nel privato!!!!) non sono sempre quelle con scarso valore aggiunto, anzi.

    Non vuol essere sempre polemica, ma effettivamente questa cosa secondo me ha molto peso, dati i nostri congeniti vizi.

    Ed essenzialmente io penso che bisogna agire sui difetti, e lavorare sul contenimento costi/sprechi, per avere una economia brillante. A mio avviso si puo', stanti realtà anche più piccole di quella italiana che pero' se la cavano in maniera molto più brillante.
    Vedo che non ci capiamo (e certamente il tuo atteggiamento un tantinello acrimonioso non aiuta).
    Ma io non ho scritto che bisogna aiutare SELETTIVAMENTE le grandi imprese.
    Bisogna aiutare le imprese e basta. Invece in qualunque classifica sulla libertà d'imprese e sulla facilità di fare affari siamo sempre a livelli messicani o turchi e lontanissimi non dall'Austria ma dal Cile.
    Il che qualcosa significherà.Un sistema dove il rispetto dei contratti,la giustizia civile e la burocrazia sono a livelli centroafricana non solo non attira gli investimenti esterni ma manda a ramengo anche quelli interni.
    E questo vale per il sistema produttivo nel suo complesso.Che poi il nostro abbia pure,in aggiunta a ciò,la peculiarietà del nanismo imprenditoriale è una diretta conseguenza delle gloriose performance di cui sopra.
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