IL SUONO DELLA CAMPANA

Guardò l’orologio. Era ora di alzarsi. La notte era passata tranquillamente, nonostante il freddo. Forse non era più abituato al freddo. Si alzò e si mise il maglione. Stropicciandosi gli occhi, scese dal lettino e aprì la porta del bivacco, una sferzata di aria gelida gli intirizzì il viso. La giornata era splendida, un agitato mare di nubi copriva l’intera valle, a perdita d’occhio, fin quando essa si sposava con la pianura lontana. Il cielo era d’un azzurro profondo, il sole era giÃ* alto. Si preparò ai soliti gesti. Accese il fornello, mise su l’acqua per il the. Mentre faceva colazione sorseggiando dalla tazza fumante, puntava lo sguardo verso la selvaggia valle percorsa il giorno prima. La sua traccia sui nevai, le morene, si perdeva fin giù agli ultimi pascoli. Poi fu ora di partire. Chiuse la porta del bivacco con un cigolio, si mise lo zaino in spalla, cominciò a risalire la cresta di sfasciumi in direzione del ghiacciaio. Si fermò spesso ad osservare le nubi che ribollivano milletrecento metri più in basso. Che silenzio…era solo anche questa volta, su quella montagna non vi era anima viva. Il freddo del mattino lo spinse a riprendere il cammino. Arrivò al ghiacciaio. Si mise i ramponi, raggiunto dal tepore del sole si incamminò sulla superficie brillante di luce. Attraversò tutto il ghiacciaio, la vetta della montagna si avvicinava sempre più. Con un balzò abbandonò il ghiaccio, si fermò a togliere i ramponi e a mangiare un boccone.
Com’era lontano il bivacco. E com’era vicina la punta. – Su, coraggio! – si disse, e attaccò le boccette della vetta. Non aveva corda con sé, per cui faceva molta attenzione. La roccia cominciava a scaldarsi, il tepore del sole era piacevole e l’arrampicata mai difficile. Guardò l’altimetro: mancava davvero poco. Un traverso delicato, poi risalì un camino roccioso ricco di appoggi e sbucò sulla vetta, a quasi tremilacinquecento metri di quota. Rifiatò, si tolse lo zaino dalle spalle. – Che meraviglia! – pensò. Gli dispiaceva solo essere solo a godersi quel panorama. Montagne e valli a perdita d’occhio. Prese la cordicella, cominciò a suonare la campana presente in vetta. Il suono ruppe il silenzio quasi irreale del primo mattino, si diffuse nell’aria. Scese giù per la cresta, fino al ghiacciaio, e poi giù verso i pascoli, riecheggiando in ogni angolo della valle. Suonò a lungo, quasi ipnotizzato dalla ritmicitÃ* dei rintocchi, che cominciarono a riecheggiare anche nella sua testa.

Deng, deng, deng, deng, deng, deng, deng.

Si svegliò di soprassalto, madido di sudore. Guardò il quadrante digitale della sveglia. Le quattro del mattino. Accese la luce, si alzò. Si diresse verso la finestra e tirò le tende. La cittÃ* era immersa nel solito buio. La solita pioggia cadeva incessante. Le strade erano deserte, invase da fiumi d’acqua. La fredda luce dei neon disegnava contorni leggeri nell’aria carica di umiditÃ*. Guardò l’orizzonte, oltre la selva di grattacieli a perdita d’occhio. Appoggiò la fronte al vetro freddo. – ChissÃ* dove saranno quelle montagne – pensò. Montagne… Forse anche qui molto, molto tempo fa c’erano delle montagne. Ora solo palazzi, asfalto e cemento – pensò. E chissÃ* com’era il cielo azzurro. Era una vita che non lo vedeva. Gli mancava, aveva nostalgia del tepore del sole. Tirò un sospiro. Pioveva ancora. Come tutti i giorni, tutte le notti. Si ricordò di un vecchio film del secolo scorso. – Non può piovere per sempre – diceva una battuta. GiÃ* – pensò – non può piovere per sempre. Chiuse nuovamente le tende. Tornò a letto, si sdraiò fissando le pale del ventilatore sul soffitto, che ruotavano ipnoticamente. Faceva caldo. Spense la luce. Il sonno lo rapì in breve, riportandolo tra le sue montagne di sogni.
scritto di getto così. ieri m'è venuta l'ispirazione a pranzo, oggi l'ho messa giù farÃ* parte del libro che sto scrivendo con un mio amico.