Mirto.
Il nome stesso, che si perde nella notte dei tempi,
trasuda mediterraneità.
E quindi non pretendo certo che questo
mio paradiso torni ad essere il regno del gelo che non è mai stato.
Di certo, mi piacerebbe che questo villaggio che
si inerpica lungo i pendii dei Nebrodi
tornasse a essere il regno
delle piogge autunnali, delle nevicate invernali
che duravano più di qualche
ora, delle giornate primaverili in cui è la
mitezza, e non l'arsura, a farla da padrone,
delle estati calde ma sopportabili, quando la notte-raccontano i vecchi-ci voleva il maglione.
Questo mi piacerebbe, in un posto il cui nome pretende e invoca
mitezza e non nevi e ghiacci, in un'Isola come la Sicilia che alle nevi e
ai ghiacci è allergica da sempre.
Vorrei che tornasse quel posto di collina dove non fa fatica a nevicare,
anche se il giorno dopo il bianco sparisce, dove non fa fatica, in Agosto, a scendere sotto i venti, anche se il giorno è stato molto caldo.
Non chiedo la luna, anche se da qui la luna sembra un gigantesco
lampione che illumina questo presepe siciliano immerso nel verde, in
una zona dove la vicina Longi totalizza milleduecento millimetri annui.
Ma la natura non si può comandare a piacimento: fa da sempre quello che vuole.
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L'auto sale.
Siamo quasi al tramonto, in un sabato come tanti che
spinge le anime inquiete come la mia in luoghi dove puoi sentirti a casa.
E' un sabato diverso, passato lontano dal frastuono della città.
Messina l'ho lasciata alle mie spalle un'ora fa, ma mi sembra un'eternità,
in questa quiete silenziosa, in cui scambi i sogni con la realtà.
Ripenso ai versi di mio nonno, che riecheggiano sempre dentro di me.
"E' quasi sera. Malinconia selvaggia m'assale disumana, e affonda
le sue dita nel mio cuore che resiste".
Siamo a Mirto, adesso.
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Per prima cosa mi reco nel luogo in cui, da quando sono nato, mi fermo a pensare.
E' il retro della Chiesa di Sant'Alfio.
L'aria è secca, e raffiche di favonio spirano dai monti circostanti.
L'odore non è più quello dei camini, è quello degli incendi che
divampano rapaci su per le montagne, e divorano ettari di boschi,
col fuoco che mangia avidamente gli alberi
che sono lì da secoli,
e indomiti cercano di resistere a questo attacco.
Mi affascinano i contadini che passano affaticati da questa contrada, persi nelle loro vite provvisorie.
Fa caldo.
Il cielo è giallastro, e nel versante meridionale dei Nebrodi si addossano nuvole. Di tanto in tanto qualcuna riesce a sfuggire al controllo dei crinali,
e si mette a correre verso il paese, solitaria eppure ammirevole per il suo sforzo.
Non avevo mai sentito questo caldo ad Aprile.

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La serata passa in fretta, tra una mangiata al pub e qualche chiacchierata con l'amico Mauro. Poi osservo divertito l'agitazione che percorre il paese, esaltato dalla campagna elettorale, di certo più pittoresca di quella che si svolge in città.
Nel frattempo il vento è calato, e fa più fresco. Fuori dal pub, i ragazzi si "nturciuniunu"i pezzi di pizza appena comprati per evitare che cadano,
e l'orologio segna i suoi rintocchi.
L'unico suono è quello di qualche automobile che passa e quello delle chiacchiere sommesse dei mirtesi, mentre in bocca ho ancora il sapore del caffè che ho offerto a Mauro.
La serata finisce, non prima di aver fatto un giro in macchina con un altro amico parlando delle imminenti elezioni: ad un tratto, in una curva, si apre il panorama del paese in notturna. E' difficile da descrivere un panorama così bello, in questa calda notte di primavera.
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Stamane la giornata è limpida, e l'azzurro del cielo si mescola al verde degli alberi.

Fa caldo però, e l'atmosfera è estiva: le ombre corte, le case infuocate, e Palazzo Cupane, un monumento trasformato oggi in un museo riluce al sole.

Da piazza Sant'Alfio vedo il paese dall'alto: d'accordo, questa parte non sarà bellissima, ma a me piace lo stesso.

Un altro paesino compare tra gli alberi, quasi infastidito dal caldo abbraccio del sole.

E lì in fondo Galati Mamertino, il paese più nevoso della valle.

Ma quest'anno ha avuto solo una spruzzata.

L'asfalto tremola, sembra Luglio. Gli anziani rientrano in casa, affaticati.

Tutto sa di sole e caldo e fatica e inerzia e colri accesi, in questo pomeriggio di un finto Aprile.

Mirto mi piace, mi piace in una maniera che rasenta l'innamoramento, e forse lo oltrepassa, specie quando guardo scorci come questo. Ma mi affatico più del dovuto oggi: il sole accende e infiamma tutto.

Passo dal luogo in cui feci il mio primo concerto, nel 2002: fu un'estate di certo movimentata, ma già strana. In un clima come il nostro dovrebbe piovere di più in inverno, allora fu tutto il contrario. Ma decido di non pensarci e contemplo quello che solo Mirto mi sa dare.

Il Corso Umberto è una via silenziosa, oggi. Nessuno per strada, solo il cinguettio di qualche uccellino spaesato, le margherite fiorite già da Novembre nelle aiuole e qualcuno che sfida l'arsura e percorre la salita.

Passo dal retro di casa mia, immerso negli alberi.

Le api ronzano tra le case e gli alberi, mentre si alza una lieve brezza.

Chissà, penso, forse il mio prozio quando decideva di costruire e firmare orologi qua e là per la Sicilia ha visto un tempo del tutto differente da questo. Delle sue creature ne ho ammirate solo due, ma chissà quante altre ne avrà fatte, facendo conoscere il valore del tempo a comunità che fino all'inizio del Novecento forse non sapevano neanche cosa fosse.

Per fortuna qualche albero spoglio ancora resiste, guardando verso il Tirreno.

Sto per tornare a Messina, e mi fermo, stanco e assetato.
Si conclude così una torrida giornata d'Aprile.