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Discussione: Palio del 2 luglio....

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    Predefinito Re: Palio del 2 luglio....

    Citazione Originariamente Scritto da Cris1981 Visualizza Messaggio
    Uno scempio...un gioco o tradizione che si voglia, da persone inferiori, non sviluppate mentalmente. Che piaccia a migliaia di spagnoli, non me ne frega proprio nulla... c'è un limite a tutto.
    Che si vergognassero nell'animo e si rinchiudessero in un centro per malati mentali gravi

    ti straquoto... VERAMENTE .... non riesco a rivederlo quel video...




    Tanto per rimanere in tema!!

    Jairo Miguel, scampato alla morte. Torna in Messico per evitare i divieti
    Il torero bambino che divide la Spagna
    Costretto a emigrare per scendere nell'arena: a 8 anni ha ucciso il suo primo toro. Un astro nascente o solo un ragazzino sfruttato?

    MADRID (SPAGNA) - La fotografia sul caminetto potrebbe essere quella della sua prima comunione: un bimbo di otto anni dall'aria compresa, sopra il collettino bianco. Se non fosse per la camicia, tutta chiazzata di sangue. Quel giorno, sei anni fa, Jairo Miguel aveva appena ucciso il suo primo toro, sulla plaza di Aliseda, a Càceres, verso il confine con il Portogallo. Per la Spagna diventava un eroe e un fuorilegge: il torero più piccolo del Paese, in ogni senso. Pesava meno di un decimo dell'avversario abbattuto e aveva la metà dell'età minima richiesta dal Registro General de Profesionales Taurino, l'albo dei professionisti della corrida, per scendere nell'arena. Papà Antonio pagò la multa, ma non si piegò al codice. E preparò le valigie. Jairo non voleva staccarsi dalla mamma, e a dire il vero lo fa controvoglia ancora adesso, ma seguì il babbo e i suoi sogni di gloria dall'altra parte dell'oceano, fino ad Aguascalientes, in Messico. Abbastanza lontano perché i filosofi della tauromachia si dimenticassero quasi completamente di lui. Almeno fino al 15 aprile scorso, quando el niño matador è tornato sulle prime pagine dei giornali spagnoli. Sempre con la camicia bianca imbrattata di sangue. Il suo, questa volta.

    A 14 anni Jairo Miguel ha rischiato di diventare anche il più giovane torero trafitto mortalmente dall'animale a cui si riprometteva di mozzare le orecchie. I chirurghi gli hanno ricucito il costato e informato la stampa che le corna del toro si erano fermate a due centimetri dal cuore. Le cronache hanno ricominciato a occuparsi del piccolo matador che, in esilio, concludeva metà delle sue corride uscendo dalla «porta grande» dell'arena, onore riservato ai beniamini del pubblico, i migliori. E come tale è stato acclamato Jairo, quando è atterrato in Spagna su una sedia a rotelle. Ancora troppo giovane, però, per esercitare in patria. Due mesi e mezzo più tardi la cicatrice di 35 centimetri, a forma di ipsilon sul suo torace (che ne fa 70 in totale) è ancora arrossata. La convalescenza a casa, nella proprietà di famiglia in Extremadura, sta terminando e Jairo e suo padre hanno di nuovo chiuso i bagagli: que viva Mexico!, ci sono già altre 35 corride nell'agenda del ragazzino che, nonostante il suo metro e 79, cerca invariabilmente di accoccolarsi sulle ginocchia della mamma. Mentre i suoi connazionali si interrogano: sta nascendo una nuova stella nell'arena, o si sta consumando — al riparo delle tolleranti leggi messicane — un sopruso sull'infanzia? Inutile chiederlo a lui: «Per strada sono un bambino, quando mi vesto da torero no». Dice esattamente «quando me visto de luces», l'espressione con cui i matador alludono alla loro divisa piena di lustrini, ma in bocca a lui suona come una delle formule magiche di Harry Potter, il suo eroe cinematografico.

    Adesso però, quando si agghinda di luci, Jairo Miguel ha scoperto di non essere invulnerabile. Inutile anche tentare qualche predica a suo padre, ex torero con l'altisonante nome di Antonio Sanchez Caceres, che risponde: «Non mi dica che non c'è una contraddizione nel dibattito sui bambini- toreri. Cinque giorni dopo il grave ferimento di mio figlio, un pilota di dieci anni di motocross è morto a Barcellona. Come mai nessuno si è scandalizzato?». Neanche la mamma, Celia, che da quando il marito fa il manager del figlio in Messico manda avanti l'azienda agricola, si oppone alla precoce carriera di Jairo. La sera in cui per poco non lo ha perso, il ragazzo le aveva telefonato da Aguascalientes: «Chiesi a mia madre di pregare Manuel, il Cristo dei Gitani, perché tutto andasse perfettamente, perché mi desse una mano. Credo invece che mi abbia dato un avvertimento». Che di rado un bambino ascolta.
    Ultima modifica di Roberto1978; 03/07/2007 alle 18:47

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