
Originariamente Scritto da
BoscoSnow
Io mi riferivo all'origine della questione e non al singolo intervento, a nessuno della serie che poi è scaturita, polemiche comprese.
Mi sembra, semplicemente, che si sia partiti da un'affermazione che, intesa in chiave generale, può essere condivisibile, e poi, fra malintesi e tentativi di chiarimento ed esemplificazioni, si è tirato il discorso sino a estremi che non necessariamente erano contenuti nel discorso iniziale. Capita spesso che una discussione vada alla eriva e ci si accapigli alla fine sulla singola virgola che qualcuno ha detto per tentare di spiegare meglio quello che prima aveva detto ma invece etc. etc. etc.
Io continuo a vedere la cosa nel suo complesso, e mi pare che, tutte le obiezioni sul comportamento del singolo, che sono state mosse man mano che si tentava di trovare esempi concreti, vadano viste alla luce della premessa iniziale.
Qui siamo tutti singoli individui che vivono in un mondo e una cultura imbevuta di etica e di concetto di uguaglianza degli individui e di diritti dell'Uomo. Lo abbiamo maturato in mifìgliaia di anni. Ma non bisogna dimenticare che tutto questo è stato possibile solo perché, in fasi precedenti, la nostra cultura ha elaborato una religione che la guidasse.
Una religione, ovvero, anche altre culture hanno elaborato analogamente.
Resta il fatto che gli stessi principi che oggi ci sembrano "naturali", che rispettiamo instintivamente, senza bisogno della paura degli dei, nei secoli e nei millenni passati non lo erano affatto.
L'Uomo forse, istintivamente, rispetta il proprio simile perché ha un'etica innata. Il problema è quanto si estenda il campo semantico del termine "simile".
Anche questo è frutto di una maturazione graduale, per cui abbiamo prima assimilato al termine "uomo" il termine "donna", poi abbiamo eliminato il termine "schiavo = specie diversa", poi abbiamo esteso il significato alle varie etnie, religioni, culture etc.
Ma, istintivamente, la specie forse era un po' meno buona di come ce la immaginiamo oggi. E, soprattutto nelle prime fasi, il nascere di regole societarie che si appellavano a un potere coercitivo ineludibile, deve aver facilitato tutto il processo di maturazione, sino alle - buone - conseguenze che vediamo oggi.
Forse per la sopravvivenza della specie è stata necessaria una predisposizione cromosomica a credere nel trascendente, e forse i possibili danni (manipolazioni, strumentalizzazione etc., he nella storia non mancano) sono stati , nel bilancio globale, inferiori ai vantaggi.
Per cui noi oggi, Homo eticus evouto in un'atmosfera etica, riusciamo a non averne più bisogno.
Se vogliamo, ora la fede, per chi ce l'ha, è tornata alla purezza della sua dimensione promaria. Credere perché si vuole credere, in maniera libera e svincolata dalla necessità contingente e dall'agire. Che è poi il succo del famoso "libero arbitrio". Per cui è dato che anche un "credente" possa fare azioni innominabili, senza togliere il fatto che l'uomo sa comportarsi da Homo eticus anche senza più bisogno di un dio guardiano.
Ecco, secondo me, in tutta la diatriba, di condivisibile c'è questo punto fondamentale. Se la specie non avesse elaborato la visione religiosa, forse tutto sarebbe andato diversamente. E forse se ora siamo qui a discutere rispettandoci, è solo perché un lontano progenitore ha immaginato dio a sua immagine e somiglianza, e gli ha demandato un compito di guida che, all'epoca, non si sentiva in grado di sostenere.
Segnalibri